L’emozione come via di accesso alla psiche: il ruolo degli animali nelle terapie e nelle educazioni assistite
Da medico sono più portato alla psichiatria che alla psicologia. Non è una contrapposizione, naturalmente, né significa attribuire a una disciplina un valore maggiore rispetto all’altra. È piuttosto un modo diverso di guardare alla persona. La psicologia tende a osservare con particolare attenzione i processi mentali, le modalità relazionali, i pensieri, le rappresentazioni e i comportamenti; la psichiatria, pur utilizzando necessariamente molti di questi strumenti, mantiene uno sguardo rivolto anche alla complessità biologica dell’individuo, al funzionamento del cervello, ai sistemi neurochimici, alla regolazione delle emozioni e alle modificazioni che possono accompagnare una condizione psicopatologica.
Questa prospettiva porta inevitabilmente a porsi una domanda fondamentale: se il cervello è l'organo attraverso il quale esperienza, emozione, pensiero e comportamento prendono forma, quale sia la strada più efficace per modificarne realmente il funzionamento? È sufficiente parlare con una persona? È sufficiente spiegare, convincere, ragionare? Oppure esiste una dimensione dell'esperienza umana che precede il ragionamento e che, proprio per questo, può rappresentare una porta d'accesso privilegiata ai sistemi più profondi della nostra vita psichica?
È in questo punto che l'emozione assume un'importanza particolare.
Per comprendere il rapporto tra emozione, cervello e comportamento può essere utile partire dalla cosiddetta teoria dei “tre cervelli”, elaborata da Paul MacLean. Oggi questo modello non viene considerato una rappresentazione letterale dell'organizzazione anatomica del cervello umano, perché le neuroscienze contemporanee hanno mostrato quanto siano intrecciati e reciprocamente influenzati i diversi sistemi cerebrali. Tuttavia, la distinzione concettuale tra una componente più antica, legata alla regolazione degli stati corporei e delle risposte fondamentali alla sopravvivenza, una componente limbica fortemente coinvolta nei processi emotivi e motivazionali e una corteccia più evoluta, capace di sostenere funzioni cognitive complesse, conserva un'importante utilità narrativa e didattica.
In questa prospettiva possiamo immaginare il cervello non come una successione di compartimenti separati, ma come una grande orchestra nella quale sistemi diversi partecipano continuamente alla produzione dell'esperienza. La neocorteccia permette di elaborare informazioni, formulare ipotesi, confrontare possibilità, prevedere conseguenze, costruire pensieri e attribuire significati. I sistemi coinvolti nell'elaborazione emotiva e motivazionale contribuiscono invece a stabilire che cosa sia importante, che cosa debba essere ricordato, che cosa debba essere evitato e verso che cosa sia opportuno orientarsi. I sistemi più profondamente coinvolti nella regolazione fisiologica collegano continuamente il cervello al corpo.
L'essere umano, quindi, non pensa semplicemente ciò che vive. Lo sente, lo interpreta, lo incorpora nel proprio corpo e, successivamente, lo trasforma in memoria, aspettativa e comportamento.
È proprio questa considerazione che rende particolarmente interessante il rapporto tra emozione e cambiamento.
Quando cerchiamo di modificare un comportamento attraverso il ragionamento, ci rivolgiamo soprattutto alle funzioni cognitive. Spieghiamo perché un determinato comportamento sia inadeguato, quali siano le sue conseguenze, quali alternative siano disponibili. Possiamo utilizzare il colloquio per mettere in discussione convinzioni, correggere interpretazioni, aumentare la consapevolezza e costruire nuove strategie. Tutto questo è fondamentale. Ma non sempre è sufficiente.
Una persona può sapere perfettamente che una determinata situazione non è pericolosa e, contemporaneamente, sentirsi in pericolo. Può comprendere razionalmente che non dovrebbe avere paura e, tuttavia, provare paura. Può sapere che un determinato comportamento le fa male e continuare a ripeterlo. Può riconoscere logicamente l'irrazionalità di un pensiero e rimanere emotivamente prigioniera di quel pensiero.
La ragione può dire una cosa mentre il cervello emotivo ne comunica un'altra.
Non è una contraddizione patologica in sé. È una caratteristica fondamentale del funzionamento umano. Le emozioni non sono semplicemente pensieri accompagnati da sensazioni corporee. Sono sistemi complessi di risposta che integrano percezione, valutazione, modificazioni fisiologiche, memoria, motivazione e comportamento.
Quando qualcosa accade, il nostro cervello non si limita a registrarlo. Cerca immediatamente di stabilire che cosa significhi per noi.
Un rumore improvviso nella notte può essere interpretato come irrilevante oppure come minaccioso. Una parola può essere percepita come un semplice suono oppure come un'offesa. Lo sguardo di una persona può essere vissuto come neutro, amichevole o ostile. Una carezza può essere semplicemente un contatto fisico oppure diventare un'esperienza di sicurezza, accettazione e appartenenza.
È il significato attribuito allo stimolo a trasformarlo in esperienza emotiva.
L'emozione nasce quindi dall'interazione tra ciò che accade e ciò che quella cosa rappresenta per l'individuo. La fisiologia cambia: il battito cardiaco può accelerare, il respiro modificarsi, i muscoli tendersi, la sudorazione aumentare o diminuire. Parallelamente cambiano attenzione, memoria, interpretazione e disponibilità all'azione. Il corpo si prepara a fare qualcosa.
La paura prepara alla protezione e alla fuga; la rabbia all'opposizione e alla difesa; la tristezza può favorire il ritiro e la ricerca di sostegno; la gioia facilita l'esplorazione e l'apertura verso gli altri; il disgusto protegge dall'esposizione a ciò che viene percepito come nocivo; la sorpresa orienta rapidamente l'attenzione verso ciò che è inatteso.
L'emozione, dunque, non è un semplice accompagnamento dell'esperienza. È parte dell'esperienza stessa.
Ed è proprio per questo che, quando parliamo di Terapie Assistite con gli Animali e di Educazione Assistita con gli Animali, non possiamo limitarci a descrivere la presenza dell'animale come uno strumento educativo o terapeutico. L'animale può diventare un elemento capace di modificare profondamente il contesto emotivo nel quale avviene l'intervento.
La differenza è enorme.
Immaginiamo una persona che entra in una stanza per incontrare un professionista. Sa che dovrà parlare di sé. Sa che le verranno poste domande. Sa che probabilmente dovrà affrontare aspetti della propria vita che preferirebbe evitare. La sua corteccia comprende perfettamente lo scopo dell'incontro, ma il suo organismo può reagire con tensione, diffidenza, vergogna o paura.
Poi entra un cane.
Non chiede una spiegazione. Non giudica. Non domanda perché la persona abbia fallito. Non conosce la sua storia clinica. Non pretende una risposta. Non interpreta moralmente ciò che vede. La sua presenza è concreta, corporea, immediata.
Il cane può avvicinarsi, osservare, attendere. Può accettare una carezza. Può suscitare un sorriso. Può diventare motivo di curiosità. Può creare un'interruzione nella rigidità della situazione.
In quel momento qualcosa può cambiare.
Non necessariamente perché il cane “cura” direttamente la patologia, ma perché modifica l'esperienza emotiva attraverso la quale la persona entra in relazione con il terapeuta, con l'ambiente e con se stessa.
È questa, a mio avviso, una delle chiavi più interessanti degli Interventi Assistiti con gli Animali.
L'animale non deve essere considerato una medicina nel senso farmacologico del termine. È piuttosto un mediatore relazionale ed esperienziale. La sua presenza può facilitare condizioni nelle quali alcuni processi psicologici, cognitivi e relazionali diventano più accessibili.
L'emozione può precedere la parola.
Una persona può inizialmente non voler parlare della propria solitudine e, tuttavia, accarezzare spontaneamente un cane. Può non essere pronta a descrivere la propria paura e, contemporaneamente, sentirsi sufficientemente sicura da avvicinarsi all'animale. Può non riuscire a raccontare il proprio disagio e trovare più facile parlare del cane che ha davanti.
Quella conversazione apparentemente marginale può diventare il primo ponte verso qualcosa di molto più profondo.
Il passaggio fondamentale è rappresentato dalla relazione.
L'essere umano è biologicamente predisposto a leggere segnali sociali. Osserviamo il volto, la postura, il movimento, la direzione dello sguardo, il tono della voce. Interpretiamo continuamente ciò che gli altri fanno. Con gli animali questa capacità assume caratteristiche particolari, perché la comunicazione avviene prevalentemente attraverso canali non verbali.
Il cane comunica con il corpo.
La posizione delle orecchie, la coda, la postura, la distanza, il movimento, lo sguardo, il ritmo dell'avvicinamento costituiscono un sistema comunicativo che richiede alla persona di osservare, interpretare e adattarsi.
In una semplice attività di relazione con il cane, quindi, possono essere coinvolte contemporaneamente attenzione, percezione, regolazione emotiva, empatia, controllo dell'impulsività e capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni.
Il bambino che vuole immediatamente abbracciare il cane deve imparare ad aspettare. Deve osservare. Deve comprendere che l'altro individuo ha una propria soggettività. Deve riconoscere che anche l'animale può avere paura, desiderare distanza, cercare contatto oppure preferire interromperlo.
Questa esperienza può essere molto più potente di una semplice spiegazione verbale sul rispetto.
Dire a un bambino “devi rispettare il cane” è un'informazione.
Vivere concretamente l'esperienza attraverso la quale il bambino comprende che il cane si allontana quando viene trattato in un determinato modo è un apprendimento.
La differenza sta nell'emozione.
L'apprendimento più significativo non nasce necessariamente dalla quantità di informazioni ricevute, ma dalla possibilità di collegare l'informazione a un'esperienza dotata di significato.
Quando un'esperienza è emotivamente significativa, l'organismo la tratta diversamente. I sistemi coinvolti nell'attenzione e nella memoria vengono modulati. Ciò che ci coinvolge tende a essere ricordato meglio di ciò che percepiamo come irrilevante. La componente emotiva contribuisce quindi a trasformare un'informazione in esperienza personale.
Questo principio è particolarmente importante nell'educazione.
Se vogliamo insegnare a un ragazzo che un animale non è un oggetto, possiamo spiegargli il concetto di benessere animale, descrivere i bisogni etologici e illustrare le responsabilità del proprietario. Ma possiamo anche permettergli di osservare un cane mentre comunica disagio, interesse, curiosità o piacere.
Quando il ragazzo riconosce quel segnale e modifica il proprio comportamento, non sta semplicemente imparando una nozione. Sta sperimentando una relazione nella quale l'altro viene riconosciuto come soggetto.
È qui che l'educazione diventa esperienza. Ed è qui che la dimensione psichiatrica e quella psicologica possono incontrarsi.
La psichiatria ci ricorda che emozioni, motivazione, comportamento e cognizione sono sostenuti da circuiti cerebrali complessi e continuamente interconnessi. La psicologia ci permette di comprendere il significato dell'esperienza, le dinamiche relazionali, l'apprendimento, le rappresentazioni e i processi cognitivi. Gli Interventi Assistiti con gli Animali possono inserirsi in questo spazio interdisciplinare come una modalità attraverso la quale l'esperienza concreta diventa parte del processo terapeutico o educativo.
Non significa che l'emozione debba sostituire il ragionamento. Al contrario. L'emozione e la cognizione hanno bisogno l'una dell'altra.
Un cambiamento stabile richiede spesso che ciò che viene compreso razionalmente diventi progressivamente anche qualcosa di sentito e sperimentato. Possiamo sapere che una relazione è sicura, ma abbiamo bisogno di viverla come sicura. Possiamo sapere che siamo capaci di affrontare una situazione, ma abbiamo bisogno di sperimentare concretamente la nostra capacità di affrontarla. Possiamo comprendere che un comportamento è dannoso, ma dobbiamo costruire un'alternativa che sia emotivamente sostenibile.
Il colloquio può dare significato all'esperienza. L'esperienza può dare profondità al colloquio.
In questo senso, il professionista non utilizza l'animale semplicemente per “far stare meglio” la persona. Utilizza una relazione mediata dall'animale per creare opportunità di esperienza, osservazione, comunicazione e cambiamento.
L'animale diventa così una sorta di catalizzatore relazionale. Non produce automaticamente il cambiamento, ma può facilitare le condizioni nelle quali il cambiamento diventa possibile.
Questa distinzione è fondamentale anche per evitare una visione eccessivamente romantica della pet therapy. Non tutti gli animali producono gli stessi effetti, non tutte le persone reagiscono nello stesso modo e non ogni interazione con un animale è necessariamente terapeutica. L'efficacia di un Intervento Assistito con gli Animali dipende dalla progettazione, dalla professionalità dell'équipe, dalla scelta dell'animale, dalla sua preparazione, dalla valutazione dei rischi, dagli obiettivi e dalla capacità di adattare l'intervento alla persona.
L'animale non è un dispositivo terapeutico standardizzato. È un essere vivente. Ed è proprio questa caratteristica a rappresentare contemporaneamente la sua forza e la sua complessità.
Un oggetto può essere programmato per rispondere sempre nello stesso modo. Un animale no. Un animale reagisce, sceglie, comunica, si stanca, manifesta preferenze e può modificare il proprio comportamento in funzione della persona che ha davanti.
Questa imprevedibilità controllata introduce nella relazione una dimensione autentica. È una relazione con un altro essere vivente. Forse è proprio questa autenticità a rendere l'esperienza emotivamente significativa.
Pensiamo, per esempio, a una persona che vive una condizione di isolamento sociale. Potremmo incoraggiarla verbalmente a relazionarsi con gli altri, spiegandole l'importanza delle relazioni e suggerendo strategie comunicative. Ma il primo passo potrebbe essere molto più semplice: sedersi accanto a un cane.
La persona osserva. Il cane si avvicina. La persona tende una mano. Il cane annusa. Arriva una risposta.
In pochi secondi è avvenuto qualcosa che il linguaggio avrebbe potuto impiegare molto tempo a costruire: un'iniziativa, un'attesa, una risposta e una gratificazione. La relazione è diventata concreta.
E quella relazione può diventare il punto di partenza per parlare di fiducia, reciprocità, attesa, paura del rifiuto, bisogno di contatto e capacità di prendersi cura.
Il cane non ha spiegato nulla. Ha creato un'esperienza. Ed è l'esperienza che successivamente può essere elaborata attraverso la parola.
Questa sequenza, emozione-esperienza-riflessione, è particolarmente interessante perché permette di superare una concezione puramente intellettuale del cambiamento. La persona non viene semplicemente informata su ciò che dovrebbe fare. Viene messa nella condizione di sperimentare un modo diverso di stare nella relazione e, successivamente, di riconoscerlo.
In altre parole, il cambiamento può iniziare prima di essere completamente pensato.
Questo non significa che l'emozione “raggiunga direttamente” una parte del cervello inaccessibile alla ragione in senso anatomico. Il cervello non è organizzato in compartimenti impermeabili e non esiste un'unica struttura alla quale sia possibile accedere soltanto attraverso l'emozione. La realtà neuroscientifica è molto più complessa e affascinante.
Emozione, cognizione, memoria, corpo e comportamento comunicano continuamente.
Tuttavia, l'intuizione contenuta nell'idea iniziale rimane profondamente interessante: ciò che non riusciamo a modificare attraverso la sola spiegazione può talvolta essere avvicinato attraverso un'esperienza emotivamente significativa.
È probabilmente questo uno dei motivi per cui ricordiamo alcune esperienze per tutta la vita. Non ricordiamo soltanto ciò che è accaduto. Ricordiamo come ci siamo sentiti.
Un odore, una voce, un luogo, una carezza, lo sguardo di qualcuno possono riattivare ricordi molto lontani. La memoria autobiografica non è un archivio neutrale. È intimamente collegata alle emozioni, al significato personale e al contesto nel quale l'esperienza è stata vissuta.
Da questo punto di vista, lavorare con gli animali significa anche lavorare sulla possibilità di creare esperienze nuove.
Esperienze nelle quali una persona possa sentirsi competente invece che incapace, accettata invece che giudicata, responsabile invece che passiva, capace di comunicare invece che isolata.
Se tali esperienze vengono ripetute e adeguatamente elaborate, possono contribuire alla costruzione di nuovi apprendimenti e di nuove aspettative.
Il cervello cambia attraverso l'esperienza.
La neuroplasticità ci ricorda che il sistema nervoso non è una struttura immutabile. Le connessioni e la funzionalità dei circuiti possono modificarsi in relazione all'apprendimento, all'ambiente, alla pratica e alla storia individuale. Questo non significa che ogni esperienza produca automaticamente una trasformazione clinica, ma significa che l'esperienza rappresenta uno dei principali strumenti attraverso i quali il cervello si adatta.
Ed è proprio per questo che l'emozione assume un ruolo centrale. Un'esperienza priva di significato può passare rapidamente. Un'esperienza che ci coinvolge può diventare apprendimento. Un'esperienza che ci coinvolge profondamente può diventare parte della nostra storia.
Gli Interventi Assistiti con gli Animali si collocano in questo spazio delicato tra corpo, emozione, relazione e cognizione. Il loro valore non consiste semplicemente nel fatto che un cane possa far sorridere una persona. Il sorriso è soltanto la manifestazione visibile di un processo molto più complesso.
Dietro quel sorriso possono esserci attenzione, attivazione motivazionale, riduzione della tensione, curiosità, contatto sociale, memoria, aspettativa e senso di appartenenza.
E soprattutto può esserci una relazione.
Per questo, quando utilizziamo un animale in un percorso educativo o terapeutico, dovremmo chiederci non soltanto “che cosa farà il cane?”, ma soprattutto “che cosa potrà vivere questa persona attraverso il cane?”.
La domanda cambia completamente la prospettiva.
Non è l'animale a dover fare terapia. È la relazione che deve diventare terapeuticamente significativa. Non è il cane a dover insegnare. È l'esperienza con il cane che può diventare occasione di apprendimento. Non è l'animale a dover modificare il comportamento.
È la persona che, attraverso un'esperienza emotivamente significativa, può trovare nuove possibilità di comprendere se stessa, l'altro e il mondo.
Forse è proprio qui che si incontra la mia maggiore vicinanza alla psichiatria.
La persona non è soltanto il proprio comportamento, così come non è soltanto la propria diagnosi. È un organismo nel quale cervello, corpo, emozioni, memoria, relazioni e ambiente si influenzano continuamente.
Curare o educare significa allora entrare in questo sistema complesso rispettandone la natura.
A volte è necessario parlare. A volte spiegare. A volte interpretare. A volte correggere. A volte è necessario farmacologicamente intervenire sui meccanismi biologici di una patologia.
Ma esistono momenti nei quali una parola non basta. In quei momenti può essere necessario creare un'esperienza.
E l'animale, proprio perché è un essere vivente capace di relazione, può offrire una possibilità straordinaria: permettere alla persona di sperimentare qualcosa prima ancora di riuscire a descriverlo.
Una carezza può precedere una confessione. Un gioco può precedere una relazione. Un'attesa può precedere l'autocontrollo. La cura di un animale può precedere la capacità di prendersi cura di sé. Il rispetto di un animale può diventare il primo esercizio concreto di rispetto dell'altro.
E una relazione positiva con un animale può diventare, in alcuni percorsi, il ponte verso una relazione più consapevole con le persone.
In definitiva, emozione e ragionamento non sono avversari. Sono due linguaggi attraverso i quali il cervello costruisce il proprio rapporto con la realtà. Il ragionamento permette di comprendere, prevedere e riorganizzare. L'emozione attribuisce valore, orienta l'attenzione, motiva e rende l'esperienza significativa.
Per modificare un comportamento profondamente radicato non sempre è sufficiente dire alla persona che cosa dovrebbe fare. È necessario, talvolta, permetterle di vivere un'esperienza diversa, abbastanza significativa da poter essere trasformata in memoria, apprendimento e nuova possibilità.
È questa la grande forza potenziale degli Interventi Assistiti con gli Animali.
Non l'animale come semplice strumento. Non il cane come “terapeuta”. Non la pet therapy come momento ricreativo.
Ma l'animale come presenza reale all'interno di una relazione progettata professionalmente, nella quale l'emozione diventa esperienza, l'esperienza diventa consapevolezza e la consapevolezza può diventare cambiamento.
Forse, alla fine, è proprio questo il punto nel quale medicina, psichiatria, psicologia ed educazione smettono di essere discipline separate e tornano a occuparsi della stessa cosa: l'essere umano nella sua complessità.
Un essere umano che pensa, ma prima ancora sente. Che comprende, ma ha bisogno di sperimentare. Che ricorda ciò che gli è stato detto, ma soprattutto ciò che ha vissuto.
E che, qualche volta, può trovare proprio nella relazione con un altro essere vivente la strada per tornare a incontrare una parte di sé.